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Detto senza grazia…

Il reddito di cittadinanza è proposta discutibile ma importante. Si parla di 780 euro al mese per chi non ha altri redditi o — per chi ha un reddito inferiore — una parte di questi fino al raggiungimento di tale cifra. Riguarda, nei fatti, la dignità delle persone e pone l’accento sul pauroso differenziale in atto tra reddito e lavoro.
Tralascio la questione della sostenibilità della spesa per le già malandate casse statali ché, nei fatti, interessa qui esporre un principio. Tralascio anche la brutalità — tipica dell’omuncolo — con cui il solito Salvini s’è espresso, parlando di “elemosina di Stato”. Appunto qui solamente un’obiezione, discussa e presa in seria considerazione nei paesi a forte tradizione capitalistica, riguardo all’argomento. Perché — detto senza grazia — un giovane disoccupato dovrebbe farsi il mazzo tanto a cercare un lavoro (i cui guadagni vanno tassati) quando può starsene comodamente a casa e percepire i suoi 780 euro netti, esentasse? 

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Cartolina…

Mi riesce difficile trovare la giusta distanza e mi fermo così sulla frontiera di ogni vostra cosa. Non è né per disinteresse né per distrazione, ma per necessità di silenzio: labile autodifesa ad andar avanti nella vita. So che rischio l’esilio, la cacciata dalla vostra memoria, ma è così caro questo luogo appartato dove coltivo con amore i miei ricordi, da quelli veri a quelli inventati, quelli passati con quelli ancora da venire. Qui, mescolo le cose a me più care, le persone, i luoghi, i libri, le parole, le convinzioni: medicina dolce per ogni amara delusione, atomi di illusioni sospesi nello spazio al di là del tempo.
La mia matematica a volte un po’ zoppa, le stelle fisse della mia infanzia, primavere di corse in bici, penne, matite, carta, alberi profumati carichi di frutta, il sorriso dei miei figli, quello allegro di mia moglie, carezze, baci… tutto è qui in me: poggiato alla rinfusa in un disordine a me congeniale e tanto caro. In cambio vi lascio il mondo, poi magari un giorno me lo racconterete.

Con affetto.

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12 maggio 1977

“Lasciarli fare. Ritirare le forze di polizia dalle strade e dalle università,
infiltrare il movimento con agenti provocatori pronti a tutto,
e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti
devastino i negozi, diano fuoco alle macchine
e mettano a ferro e fuoco le città.
Dopo di che, forti del consenso popolare,
il suono delle sirene delle ambulanze
dovrà sovrastare quello delle auto di polizia e carabinieri.
Le forze dell’ordine non dovrebbero avere pietà…”

Francesco Cossiga, 22 ottobre 2008

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Una merda d’artista…

manzoni

Si prenda questa dichiarazione: «Non penso che la mammografia non sia utile o necessaria. Anzi penso che sia utilissima. Ce l’avevo con la cattiva informazione che fa credere che facendo questo esame non venga il tumore». Bene, prendetevi il tempo necessario a rileggerla con calma e, appena fatto, confrontatela con quest’altra: «la differenza di mortalità tra chi la fa e chi non si sottopone alla mammografia ogni due anni è di due su mille».
Entrambe le dichiarazioni — roba da non crederci, eh — vengono dallo stesso ometto: in meno di dodici ore, Beppe Grillo, pur di non ammettere di aver detto una cazzata grande quanto una montagna, è passato dall’affermare che l’esame diagnostico era utile nel 2 per mille dei casi — dico due per mille — a un 100 per cento dei casi trattati e — qui, se permettete, è  il punto — senza mai citare le fonti da cui ha attinto questi dati. Non solo: pur di non ammettere la colossale cazzata, che ti fa l’artista? Mi propone una spiegazione la cui logica a cazzo di cane prevede un’unica e sensata obiezione: “di grazia — andrebbe da dirgli in faccia — citami gli articoli dove hai letto che la mammografia viene usata a mo’ di vaccino antitumorale”. Come? Dici che non li trovi?! Un attimo! Da questa parte, prego. Procedere lentamente, mi raccomando. Occhio, prego, ché un camion in retromarcia è sempre un camion in retromarcia. Piano… piano… ancora un poco. Ecco, stop. Prego sganciate i fermi posteriori e azionare la leva per sollevare il cassone. Giù, giù col letame sul qui presente artista. Grazie.

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…protestate!

Scuola

«Ritiro del disegno di legge sulla scuola: autoritario, anticostituzionale, sfruttatore». I toni della mattinata di ieri sono sempre stati pesanti, le scenografie allegre: le “balle spaziali” a Milano, le mani colorate dei professori della capitale… Piazze piene e classi vuote. Un successo di partecipazione – dicono i più – contro la Buona Scuola: “Siamo mezzo milione”, hanno fatto sapere gli organizzatori enfatizzando a sera i dati che hanno visto settantamila presenti a Roma, tremila a Milano, ventimila a Bari. Duecentomila in piazza, secondo le stime del ministero dell’Interno…
Ma a raccontarla così la cosa, forse, vuol dire far dell’epica dove non c’è che cronaca. Bisognerebbe provare, invece, a raccontare il tutto senza metterci passione, come l’apologo di una di quelle tante leggi e leggine che si scopriranno inefficaci o, peggio ancora, dannose solo dopo che un altro schieramento deciderà, a suo tempo, di cambiarle con una serie di leggi o leggine – il più delle volte è così – peggiori delle precedenti.
Leggi e leggine proposte (e poi, a seguire, approvate) nell’indifferenza pressoché generale della stragrande maggioranza dell’opinione pubblica, che rimane indifferente, segue magari il flusso maggioritario, s’inebria per la protesta, il tempo necessario per presenziare a qualche manifestazione, e carpisce qua e là uno scampolo di notizia, masticandola e digerendola per quel che può o che gl’interessa di capire. Com’è stato col Porcellum, no? o con l’Italicum – giusto per citare qualche legge di sopraffine stronzaggine attuale. Lo schema, del resto, è il solito: un minchione qualsiasi scrive una legge a cazzo di cane che viene incensata e osannata da una maggioranza parlamentare prona e pronta a votarla. Il tempo di approvarla e sperticarsi in lodi per cotanta vis legislativa che le opposizioni a smadonnare, a scendere in piazza per provare a bloccare l’obbrobrio. E la stragrande maggioranza del Paese alla finestra che se ne fotte, finge interesse ma distratto ché “graduatorie a esaurimento”, “collegialità” e, chessò, “bonus agli insegnanti” [*] sono termini incomprensibili quanto “capolista bloccato” o “premio di maggioranza”.

Per carità di Dio, protestate, ché vale sempre la pena spendersi pure per le guerre senza speranza alcuna di vittoria. Ma senza sperare troppo in quella che v’affannate a chiamare “gente”, perché ormai da tempo è massa, plebaglia.

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…giorni dubbiosi

 ligabue 
Semi sospinti dal vento, si posano leggeri sul terreno dei giorni: spuntano inattesi i fiori bastardi dell’indecisione. Giorni immobili, polverosi, da museo di provincia. 

B., periodicamente, si ritrovava a raccoglierli quei fiori rigogliosi e freschi: ne faceva mazzetti odorosi e variopinti e restava a guardarli, in silenzio, per ore, appoggiato lì al suo solido muro. A chi gli chiedesse il prezzo, manifestava da subito il disappunto agnostico che lo avvolgeva: nebbia impalpabile che gli offuscava di rado anche la vista. Il ghigno beffardo e antipatico fendeva così il suo volto e B. fingeva magari tentennamenti se — e sottolineo se — la signora, che gli chiedeva il prezzo, aveva un baricentro bello stabile.

C’era chi si sforzava di capirlo, chi lasciava perdere, chi gli riproponeva la domanda, chi s’arrendeva ad avere una risposta. A detta di molti era un trucco da ingenuo commerciante destinato al fallimento; ma lui lo faceva perché desistessero a portarseli a casa quei fiori, in balia com’era del fluido oscillante dell’indecisione che lo costringeva, seppur in movimento, a non compier passi in avanti.

Poi, finalmente i fiori appassivano, e i giorni dell’indecisione sfiorivano: il semplice nonnulla, allora, eccitava mente e corpo, e i pensieri scattavano rapidi come code di lucertole al minimo dei quasiniente. E in quel turbinio di giorni propositivi tutto era facile da decidersi, fosse pure chessò la scelta di una birra, del colore di un paio di scarpe o di come cambiare l’Italia. 
Poi, complice la brezza e il sole, i fiori rispuntavano dal terreno e B., appoggiato ancora al solido muro, guardava estasiato il suo variopinto orticello: indesiderato e involontario orgoglio contadino che avrebbe fatto maraviglia perfino a quei tecnici fanatici d’urbanistica con la loro pazza idea di riqualificare le sperdute periferie urbane delle periferie del mondo, affogate tra l’asfalto e rimodellate nel cemento.

In uno di quei giorni, mentre con lo sguardo inseguiva calmo una libellula sul prato, giunse un cane che a fatica reggeva il peso delle orecchie, penzolanti. Gli si accovacciò di lato, ai piedi, come a un padrone. B., intenerito, volle chiamarlo Dubito, come la prima persona singolare, modo indicativo, tempo presente, di uno dei verbi che più amava usare.
Chi, distratto, gli passava innanzi, lasciava un obolo nonostante non fosse loro richiesto nulla. Con l’incasso — quando la cifra fu appena sufficiente allo scopo — B. e Dubito comprarono un taccuino per gli appunti: prezioso strumento di lavoro, per non dimenticare.

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Siam pronti…

inno di mameli

Senza star lì a scassare il cazzo con la parafrasi del testo, l’idea di cambiare il “siam pronti alla morte…” dell’inno di Mameli con un “siamo pronti alla vita…” è d’un’insulsa bestialità da far ridere, se non fosse — come ha fatto la signora Renzi — da piangere. (Ma non di commozione). 

Al di là dell’ennesima sfida al ridicolo, e delle facili battute sul caso, resta — hai visto mai che Matteo voglia metter mano anche al testo del Goffredo nazionale — resta, dicevo, la spinosa questione della rima da recuperare con “stringiamci a coorte”.
Senza esagerare, ma un “vediamci la partita” potrebbe risolvere la questione.

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non fiori, ma opere di pene…

scotto, capogruppo sel

L’onorevole Arturo Scotto, capogruppo di SEL, l’altro giorno era indignatissimo  per l’attacco di Renzi alla democrazia.
Lanciando crisantemi, ha così espresso  la sua dura disapprovazione all’italicum : “Un atto gravissimo, uno stupro: il funerale di questo Parlamento”.

Ora, l’onorevole, accostando “stupro” a “funerale”, avrà di certo avuto i suoi buoni motivi. Ma, se è lecito chiedere: come cazzo le celebrano, le esequie, dalle sue parti?

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