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Senza entrare nel merito della questione…

Non entrerò nel merito della questione greca, mi limiterò a una considerazione marginale, tangente, effetto più che causa dell’intera vicenda. Mi riferisco alla scelta del referendum o, se volete, all’opportunità politica (e dico “opportunità” e “politica” non a caso) di indire una consultazione popolare in così poco tempo, con così alta tensione sociale e su così ambigue questioni. «Tsipras doveva decidere — riferisce stamani un retroscena su la Repubblica — se morire firmando o non firmando il salvataggio. Sembra avere deciso la via più dolorosa per tutti». Ecco, al netto del gusto per gli aforismi, questo il punto. Se vince il sì, Tsipras perde. Se vince il no, la Merkel (e con lei il gruppo compatto degli altri leader europei) sarà ancor più determinata a non concedere tutto al collega di Atene e comunque sarà autorizzata a dare un calcio in culo ai greci dicendo (in tedesco, ovviamente) che se la son voluta loro. E Tsipras perde.
Comunque la si veda, per il dritto o per il retro, pare che il leaderino di Atene si sia scavata (metaforicamente, per ora) la fossa da solo. A ‘sto punto par lecito concludere: o è giovane e inesperto oppure è semplicemente un coglione. Tertium non datur.
Ma — dicevo — tutto questo senza entrare nel merito della questione.

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Emergenza caldo.

Più opprimente del caldo ci sono solo i servizi dei telegiornali sul caldo. È una moda oramai: si intervistano uno o più esperti (o sedicenti tali) che spiegano che è consigliabile, causa la calura estiva, non fare sforzi fisici, indossare vestiti leggeri e chiari, mangiare frutta, bere acqua e – udite, udite – non uscire di casa nelle ore più calde della giornata. E io che m’ero messo in testa che col caldo fosse opportuno uscire alle 14:00 col cappottino di cachemire scuro dopo aver mangiato trippa; così, giusto per il gusto di farmi una bella corsa intorno all’isolato!
È misteriosa la recondita ragione che espone persone rispettabilissime, quali sono gli esperti (o sedicenti tali), all’emissione di fiato, e addirittura alla compitazione in italiano forbito di intere frasi sintatticamente corrette, senza che questo sforzo corrisponda al benché minimo significato. Se poi si pensa che a corredo di tale sforzo ci sono un cameraman, un tecnico audio e un giornalista e, di solito, un autista disposti a spostarsi per registrare il consiglio dell’esperto che raccomanda di bere quando si ha sete, allora si oscilla tra lo sgomento per un così alto spreco di energie (con questo caldo, poi) e l’incredulità per una società che riesce a dare lavoro comunque, e a qualunque costo, a uomini e donne altrimenti destinati non dico all’inedia ma a un sacrosanto ‘sti cazzi!

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L’uomo che prometteva l’impossibile…

“Un uomo povero era malato e si trovava in gravi condizioni. Visto che i medici disperavano di salvarlo, si mise a pregare gli dei e a promettere che, se fosse guarito, avrebbe offerto il sacrificio di cento buoi e avrebbe consacrato loro doni votivi. Allora la moglie, che si trovava accanto a lui, gli domandò: «Ma come farai a pagare il tuo debito?». «Pensi forse che guarirò davvero» ribatté il malato, «perché gli dei mi richiedano di adempiere i miei voti?».
La favola dimostra che gli uomini promettono con tutta facilità ciò che non si aspettano di dover in pratica mantenere.”

Esopo, favole
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L. era cieco…

Silvio berlusconi 1994

L. era cieco. Cioè, no. L. era non vedente. Quando poteva, negli ultimi suoi anni, sedeva davanti alla TV: la ascoltava; come me quando, seduto a tavola, mangio e ci sono i bimbi in casa che guardano le repliche dei cartoni – perché i bimbi guardano spesso le repliche dei cartoni, sapete?
L. era cieco, ma anche un uomo libero. Libero dai sorrisi della gente, libero dai condizionamenti esteriori: gli abiti, i colori, gli sguardi, gli ammiccamenti scivolavano sul suo corpo come olio sull’acqua.
Era, più che una persona, un colino; uno di quelli che si usano per filtrare il tè. Ascoltava parole e ne setacciava, con cura, gli accenti, i toni, le cadenze. Tutto il superfluo (che è anche comunicazione), su di lui cadeva senza intaccare minimamente la superficie: naturale repellenza. Con lui, tanto per dire, la chirurgia estetica, il sorriso studiato, la posa elaborata, la frase ad effetto non attaccavano: andavano via come acqua su uno specchio.
’O siente a cchisto? – mi disse quel giorno – ‘statte accorto! Questa voce è pericolosa: è la voce di un cretino.

Era il 26 gennaio del 1994. E quello, in TV, aveva appena attaccato a dire: “L’Italia è il paese che amo…”.

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il filo spinato intorno alle parole…

Matrimonio

La più cretina – ma proprio la più cretina – di tutte le argomentazioni contro il matrimonio omosessuale è quella che vorrebbe far leva sull’etimo: quello omosessuale – ripete il cretino – non potrebbe essere “matrimonium” perché, nelle premesse, non vi sarebbe una possibilità biologica (ergo “razionale”) di “mater”.
Siamo alle solite, ci si rifiuta ottusamente di voler capire che nulla è più mutevole della biologia, nulla è più “culturale” del concetto di “natura”. Non vi può esser “patrimonium” se non v’è un “pater”? Eppure, anche chi con un certo sforzo culturale mette la mordacchia all’omofobia spalleggiata dalla religione e si mostra possibilista nei confronti delle unioni omosessuali, subito dopo aver dipinto il volto coi colori dell’arcobaleno, tiene a sottolineare che ratificare diritti è un conto, ma solo a patto che “matrimonio” resti un vocabolo per soli etero. La coppia omosessuale potrà forse ereditare un patrimonio, ma di sicuro non contrarrà mai matrimonio! Né è concepibile che i figli, i quali in seno alla famiglia eterosessuale chiamano da tempo mamma la madre non biologica o papà il padre non biologico, facciano lo stesso in una ipotetica famiglia omosessuale senza con questo mettere a rischio il futuro dell’umanità e della chiesa.
Al di là della logica, provare a mettere filo spinato intorno alle parole non serve: esse sono più ospitali di chi le usa e se non lo sono muoiono. Prendiamo per esempio “pupilla”. Il vocabolo di chiara derivazione latina, è diminutivo di “pupula”, a sua volta diminutivo di “pupa”, che significa appunto “bambola” – detta così dalla piccola immagine che si vede riflessa nell’occhio. Eppure nessuno si sognerebbe, usando pupilla, di riferirla a una bambolina quanto piuttosto all’“apertura situata nell’iride, visibile per trasparenza – dice il vocabolario – attraverso la cornea e destinata al passaggio di raggi luminosi”: cadrebbero, in un sol colpo, versi che appartengono al patrimonio della letteratura: «Per la natura lieta onde deriva, / la virtù mista per lo corpo luce / come letizia per pupilla viva».
Formulo quindi rispettosamente un’ipotesi: alla parola “matrimonio” (ma anche a “famiglia”) succederà la stessa cosa che a “pupilla”. Accoglierà presto o tardi le unioni omosessuali e, presto o tardi, bisognerà concentrarsi almeno un poco, prima di ricordarsi che era un vocabolo che rimandava alle copule tra soli maschi e femmine.

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Era già scritto tutto…

Era già scritto tutto in una newsletter dello zotico che presiede il Consiglio dei Ministri di questo sciagurato Paese. Le agenzie di stampa ne avevano, giustamente, estratto l’essenziale nell’affermazione che «le assunzioni hanno senso solo se cambiamo la scuola». Il legame, il doppio filo, cui era legata la riforma della scuola e il regolarizzare la precaria condizione di 100’701 insegnanti precari era tutto lì: assumo i precari solo se passa la riforma per una «diversa organizzazione» della scuola (condizione necessaria); ovvero, se preferite: se non si fa come dice Matteo Renzi i precari potrebbero rimanere precari, senza alcun problema, né per loro, né per la scuola in generale. Ma – chiedo – non era la precarietà di questi lavoratori, operanti già all’interno della scuola, a essere di fatto “il” problema per sé stessi e per la scuola in generale a prescindere dalla struttura organizzativa che questa veniva ad assumere? Non c’era stato detto a più riprese e in più modi che non è lecito tenere in condizioni di precarietà degli insegnati che in molti casi sono impiegati da decenni a far fronte alle esigenze di un’istituzione pubblica?

Retorica a parte, al netto di tutto, il ricatto – e chiamiamo le cose col loro nome, cazzo! – il ricatto, dicevo, delle assunzioni che veniva legato indissolubilmente all’approvazione della riforma mostrava e mostra, mi pare lampante, la natura strumentale del nesso di necessità stesso e assume anzi la valenza di vera e propria offesa sia, soprattutto, perché offende l’intelligenza sia perché dà ad intendere, in ultima analisi, che assumere stabilmente a libro paga quei lavoratori comunque sarebbe come beneficarli di un «ammortizzatore sociale».
Il Jobs act; l’abolizione dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori; lo Sblocca Italia; la riforma della pubblica amministrazione; le riforme costituzionali; la riforma della scuola in chiave autoritaria e gerarchica che, sia detto per inciso, in realtà non dà alcuna autonomia a quanti a vario titolo sono attori del processo educativo, limitandosi a piramidalizzarne le competenze in una logica che risponde alle esigenze di un vero e proprio mestierificio… ecco, dicevo, quest’elenco corposo di azioni intraprese, a testa bassa, contro (quasi) tutti rischiando financo una spaccatura interna e una sublimazione dei voti del partito, stanno lì a delineare l’ideologia della deregulation, della privatizzazione, della liberalizzazione selvaggia, della cancellazione dei diritti dei lavoratori e delle tutele dei cittadini, imposti – e qui ci sarebbe da ragionar un bel po’ – dall’Europa e realizzati da questo Parlamento-supino su mandato di questo Governo-sicario.

C’è da stupirsene? Non direi. Era nelle corde del puparo che s’era scelto per portare a termine il lavoro che s’è poi fatto: il demagogo era stato piazzato lì proprio per condurre in porto un’azione di tale portata. Chiaro: demagogia è parola forte, porta con sé – tra l’altro – i concetti di opportunismo e tradimento: il demagogo – per definizione, direi – è anche colui che inganna. Renzi demagogo e dunque opportunista e ingannatore: un attento lettore del Principe, verrebbe da dire. Testardo e capace di tutto — mica come quello sfessato di Enrico Letta?! Tanto per dire – e qui chiudo – si tratta di quello che, da Sindaco di Firenze, avrebbe voluto sfregiare l’orologio a lancetta unica della Torre d’Arnolfo, aggiungendoci quella dei minuti. «La gente – diceva – deve vedere bene l’ora, mica deve essere un orologio filosofico». E a chi gli faceva presente che quell’orologio era del Trecento e andava rivisto l’intero meccanismo interno per apportare le modifiche, rispondeva di botto: «Mica voglio metterci un orologio al quarzo – rassicurava – è che così ’un funziona mica!». Ecco. Queste erano le premesse, tutto era già scritto. Piaccia o no, lo zotico che presiede il Consiglio dei ministri è (anche) questo.

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Fine pena mai(?)

  
Lo avevano interpellato non a un incarico di potere, bensì a far parte di un gruppo di esperti a elaborare proposte per l’umanizzazione delle carceri italiane; “esperto” di carcere — non foss’altro in qualità di ex ospite delle patrie galere (malgré soi) — , uomo di carcere, Adriano Sofri era stato contattato dal ministero affinché, da intellettuale libero, avesse da dire la sua sulla più abominevole delle nostre istituzioni, denunciata a livello internazionale come indegna di un paese che si definisce democratico. In che senso — questa la prima domanda — sarebbe stato “inopportuno” il suo contributo su una realtà che ha vissuto, analizzato e descritto come pochi altri?

Nessun incarico di potere (lo ripeto), nessuna paga (e con quanta pena c’è da rilevare che bisogna sottolineare anche questo dato; come se farsi pagare per un servizio reso sia di per sé una colpa), nessun privilegio: un contributo al ragionamento, un punto di vista informato per cercare di provare a risolvere un problema spinoso e oggettivamente schifoso. Odiando i pettegolezzi, il “chiasso” intorno alla sua persona, è bastato un minimo accenno di polemica, un labile cinguettio, e Sofri si è “dimesso”, ovvero, se preferite la banalità dell’ovvio, ha rinunciato a partecipare a un incontro del quale sarebbe stato protagonista autorevole e sensibile; “dimesso” perché ne ha abbastanza — e qui uso le sue stesse parole — “delle fesserie in genere e delle fesserie promozionali in particolare.”

Detto questo — che è già tanto — la domanda, la seconda domanda da farsi a questo punto, ve la formulo schietta in questi termini: a che cazzo serve, in Italia, scontare una pena, se averla poi scontata non serve a cazzo? La certezza della pena – se si ammette un suo fine rieducativo – non può non tener conto che gli esseri umani cambiano: restano gli effetti dei loro reati, ovviamente, ma il risarcimento non può consistere nella vendetta, se non vogliamo imbarbarire anche gli innocenti.

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