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la forza indomita dell’umano…

Il mondo si è fatto bianco. “Slightly Unreal… Red Umbrella” di Saul Leiter ritrae il respiro della neve, che copre tutto come un sudario di silenzio. Un abbraccio di freddo che pone tutto in un’attesa senza tempo.

In questo spazio di quiete inaspettata, cammina un’ombra. Sotto l’ombrello rosso, che tra la neve sembra un pezzo di cuore pulsante, si cela un essere umano. Si muove nel candore, un passo dopo l’altro, nella fatica dell’inverno.

Quest’ombrello rosso, lì, tra il bianco inerte, diventa bandiera di vita, di resistenza. Una promessa di calore nella morsa del gelo, una sfida silenziosa ma accesa, come la brace sotto la cenere.

La neve cade e la figura prosegue, diventa quasi un’unica cosa con l’ombrello, una macchia di colore vibrante che si staglia contro il bianco. È come se, in quella distanza che divide l’auto dalla strada, si rivelasse la forza indomita dell’umano, capace di camminare anche quando il mondo attorno si fa silenzioso e freddo.

Saul Leiter, in questa immagine, coglie un istante di vita che è un inno alla tenacia, un canto sommesso ma intenso. L’ombrello rosso sotto la neve diventa un simbolo, un richiamo all’audacia di vivere, di lasciare un segno, anche quando il mondo ci mostra il suo volto più austero. E in questo messaggio c’è una poesia che sa di vita, di umano, di sfida accettata e portata avanti con un ombrello rosso come baluardo.

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…l’artista che ha colorato la fotografia.

Lui è William Eggleston, nato nella polverosa Memphis, Tennessee, nel 1939, immerso in un mondo che ancora non sapeva di colori. Il suo nome echeggerà negli angoli del tempo come colui che dipinse la fotografia con una tavolozza sconosciuta, una tavolozza a colori.

Egli viveva nel bianco e nero, giocando con supporti e formati, ma già sognava un mondo di tonalità sconosciute. Nel 1967, l’audacia lo portò a John Szarkowsky, un custode di memorie al MoMa di New York, con sotto il braccio, il suo lavoro a colori. Fu una scossa, un terremoto nell’arte fotografica. Nel 1976, in quel tempio della modernità, si aprì la prima personale di fotografie a colori. Un urlo nel silenzio.

Furono lanciate frecce avvelenate, per quella rivoluzione colorata. Critiche feroci si schiantarono sulle sue opere, e il suo stile provocò un tumulto. Anche Ansel Adams, l’anziano maestro delle montagne in bianco e nero, spedì una lettera di protesta. Non capivano, o non volevano capire, perché Eggleston trovava la bellezza nell’ordinario. Una lattina di salsa, un cruscotto di un’auto, un cartello stradale… perché?

Eggleston vedeva un mondo diverso. Osservava il quotidiano con uno “sguardo democratico”, ricercando una bellezza marginale, ignorata dagli altri. Riusciva a cogliere la complessità e la forza di un dettaglio minore, di un momento fugace, di una luce accesa al crepuscolo.

Le sue fotografie erano dipinte con il dye transfer, una tecnica resa possibile dalla Kodak, che sprigionava un’ampia gamma di rossi, blu e gialli. Un processo di colore nato dai negativi in bianco e nero. E in quel miscuglio di tecnica e arte, Eggleston creò un nuovo linguaggio fotografico, un dialogo tra l’oggetto fotografato e l’osservatore.

Egli ha aperto una finestra sul comune, sui dettagli che ci circondano quotidianamente. Eggleston, con il suo modo di fotografare “democratico”, ci ha mostrato come anche un triciclo possa diventare arte. Come il Sud degli Stati Uniti, con le sue stazioni di servizio, i suoi cortili e le sue insegne, possa trasformarsi in un museo a cielo aperto.

Eggleston è l’uomo che ha insegnato alla fotografia a vedere i colori. E attraverso il suo obiettivo, abbiamo imparato a guardare il mondo con occhi nuovi. Un visionario, un rivoluzionario, un maestro. Questo è William Eggleston, l’artista che ha colorato la fotografia.

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Ecco dunque la fotografia “Pipes”, un’opera che invita lo sguardo a perdersi tra i meandri di colori tenui. I toni caldi del rosso, del giallo e dell’azzurro danzano insieme, si confondono, si separano e si riuniscono, come in un balletto perpetuo che cattura l’occhio e la mente.
Sullo sfondo, tre figure umane emergono dallo sfumato dei colori. Non sono chiare, non sono definite, ma restano lì, quasi sospese tra l’essere e il non essere. Sono ombre, echi di vite, ricordi che galleggiano sulla superficie dell’immagine.
La scena è dominata da tubi geometrici che attraversano l’immagine come una struttura portante. Sono rigidi, precisi, quasi senza vita, eppure risultano parte integrante dell’intera composizione.
Qui, l’ordinario diventa straordinario, il banale si trasforma in sublime. Ogni elemento diventa simbolico, ogni dettaglio si carica di significati nascosti. La fotografia non è solo un’immagine, ma un racconto, una storia da decifrare e interpretare.
I colori sfumati, le forme sfocate, le figure evanescenti evocano un senso di solitudine, di malinconia, ma anche di bellezza e di meraviglia. È come se la realtà fosse stata destrutturata e poi ricomposta in una forma nuova, diversa, piena di poesia e di mistero.
E alla fine, quello che resta non è solo un’immagine, ma un’emozione, una sensazione, un’atmosfera. La fotografia diventa una porta aperta sul mondo, un invito a guardare oltre la superficie delle cose, a cercare la bellezza nell’ordinario, a scoprire la poesia nella vita di tutti i giorni.

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Il web scraping è una tecnica essenziale per l’elaborazione dei dati. Un’applicazione comune è il download di foto da piattaforme di social media come Instagram.

Per questa attività, utilizzeremo Python, un linguaggio di programmazione popolare, e Instaloader, una libreria che permette di scaricare foto, video, e altre informazioni da Instagram.

Vediamo come implementare questo in Python con il seguente script:

import instaloader
import logging

def download_instagram_profile(username):
    try:
        # Create a Logger
        logger = logging.getLogger('instaloader')
        logger.setLevel(logging.INFO)

        # Set up logging to console
        console = logging.StreamHandler()
        console.setLevel(logging.INFO)

        # Add the console handler to the logger
        logger.addHandler(console)

        # Create an instance of Instaloader and download the profile
        L = instaloader.Instaloader()
        L.download_profile(username, profile_pic_only=False)
        print(f"Download of {username}'s photos completed.")
    except Exception as e:
        print(f"An error occurred: {e}")

def main():
    username = input("Enter Instagram username: ")
    download_instagram_profile(username)

if __name__ == "__main__":
    main()

Analisi del Codice

  1. import instaloader: Importiamo la libreria instaloader per utilizzare le sue funzionalità.
  2. import logging: Importiamo il modulo logging per registrare gli eventi durante l’esecuzione del programma.
  3. Definiamo una funzione download_instagram_profile(username) che gestirà il processo di download. Prende un argomento: username, il nome utente Instagram da cui vogliamo scaricare le foto.
  4. Dentro download_instagram_profile(username), utilizziamo un blocco try-except per gestire eventuali errori che potrebbero verificarsi durante l’esecuzione del programma.
  5. logger = logging.getLogger('instaloader'): Creiamo un logger che registrerà eventi specifici di Instaloader.
  6. logger.setLevel(logging.INFO): Impostiamo il livello di logging su INFO in modo che vengano registrate tutte le informazioni rilevanti.
  7. console = logging.StreamHandler(): Creiamo un gestore di logging che invierà i log alla console.
  8. console.setLevel(logging.INFO): Impostiamo il livello del gestore di console su INFO.
  9. logger.addHandler(console): Aggiungiamo il gestore di console al logger.
  10. L = instaloader.Instaloader(): Creiamo un’istanza dell’oggetto Instaloader.
  11. L.download_profile(username, profile_pic_only=False): Utilizziamo il metodo download_profile() per scaricare il profilo Instagram specificato. Impostiamo profile_pic_only=False per scaricare tutte le foto dell’utente, non solo la foto del profilo.
  12. print(f"Download of {username}'s photos completed."): Stampiamo un messaggio quando il download è completo.
  13. except Exception as e: Nel caso si verifichi un’eccezione durante l’esecuzione del codice all’interno del blocco try, la catturiamo e stampiamo un messaggio di errore.
  14. Definiamo la funzione main(), che avvia il processo chiedendo all’utente di inserire un nome utente Instagram e quindi chiama download_instagram_profile(username).
  15. if __name__ == "__main__": main(): Questo codice garantisce che main() venga chiamato solo quando lo script viene eseguito direttamente, e non quando è importato come modulo.

Con Python e la libreria Instaloader possiamo, con questo script, scaricare foto da un profilo Instagram. Abbiamo anche implementato la registrazione di logging per monitorare l’avanzamento del download. Ricordate: è importante rispettare i termini di servizio delle piattaforme di social media e assicurarsi di avere il permesso di scaricare qualsiasi contenuto.

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un fragile e luminoso inno alla fotografia…

Sospeso tra il crepuscolo della pellicola fotografica e l’aurora dell’era digitale, Kodachrome è una storia che si snoda sul ritmo di un viaggio, una strada segnata da neri pozzanghere di rancore e di bianche rotondità di riconciliazione. Il film è un fragile e luminoso inno alla fotografia, quel ponte gettato sullo scorrere del tempo che è riuscito a catturare, in attimi di luce impressi su carta, l’essenza stessa della nostra esistenza.

Nel mare immenso del cinema contemporaneo, “Kodachrome” è come un canto d’amore soffiato all’orecchio, un’ode al passato e al presente, alla famiglia e alla tradizione, in un’epoca che corre veloce, spesso troppo veloce, verso l’ignoto. Nel contrasto tra la pacata vecchiaia di Ben e la nervosa giovinezza di Matt, risiede il cuore del film: una lotta fra l’antico e il nuovo, un duello fra l’analogico e il digitale. E nel mezzo, Zoe, a fare da ago della bilancia, a cercare di riconciliare due mondi apparentemente inconciliabili.

Eppure, la pellicola non è solo una melodia di rimpianti e di malinconia. È anche un inno alla redenzione, al riscatto e alla riconciliazione. In questo viaggio, ciascuno dei personaggi si scopre e si riscopre, si perde e si ritrova, danza con le proprie ombre nel balletto della vita, cercando di capire chi è e chi vuole diventare.

“Kodachrome” è una pellicola che parla di vite, di persone, di errori e di perdoni. È la fotografia stessa di un’umanità complessa, spesso deludente, ma capace anche di sorprendere. A tratti sbiadita come un vecchio rullino Kodachrome, a tratti vivida come un istante catturato in uno scatto digitale, la pellicola di Raso è un ritratto delicato e intenso di un’umanità che si fa strada attraverso i cambiamenti e le sfide, attraverso le delusioni e le speranze, cercando di comprendere il significato e il valore della propria esistenza.

“Kodachrome” non è un film perfetto, lo sanno i protagonisti stessi, creature imperfette in cerca di redenzione. Ma proprio in questo risiede il suo fascino, la sua forza. Come una vecchia fotografia scolorita, conserva una bellezza nostalgica e commovente che non può essere riprodotta da nessuna tecnologia digitale. Come la vita stessa, “Kodachrome” è una pellicola imperfetta, ma proprio per questo, autentica e vera. Un viaggio umano, toccante, attraverso i colori, le ombre e le luci di un rullino di pellicola che non esiste più, ma che continua a vivere nelle nostre memorie e nei nostri cuori.

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un inno alla tenacia femminile…

Il tomo di Sanguinetti, The Adventures of Guille and Belinda and The Enigmatic Meaning of Their Dreams, porta sulla pagina stampata le armonie delicate e selvagge del terreno argentino, e dei suoi giovanissimi protagonisti, Guille e Belinda. Se esiste una lingua che conosce il sapore dell’infanzia, è quella che Sanguinetti ha abilmente imbrigliato nei suoi ritratti. Non si tratta semplicemente di fotografie, ma di storie tessute di luce, ombra e desiderio.

L’autrice stessa, Alessandra Sanguinetti, nasce in America ma radica la sua formazione artistica nella natia Argentina. Il suo sguardo curioso e penetrante si nutre dei suoi viaggi, dell’argilla delle sue radici. Il frutto di questi semi, il suo lavoro, è stato poi riconosciuto e lodato in tutto il mondo.

Nelle foto di Sanguinetti c’è una melodia silente, un dialogo sospeso tra l’eccezionale e il quotidiano. Vi si ravvisano le tracce di un patriarcato ingrato, un grido soffocato di donne e ragazze in un mondo scolpito a immagine maschile. Eppure, la resistenza non è gridata, ma sussurrata, un’eco delicata e inarrestabile.

Le cugine Guille e Belinda, con la loro spontaneità e innocenza, diventano testimoni di un mondo in bilico tra la purezza dell’infanzia e l’incombente tempesta dell’adolescenza. I loro giochi, i loro sogni si fanno specchio di desideri inauditi, di paure mai pronunciate, in una danza delicata con la realtà circostante.

Le storie che l’obiettivo di Sanguinetti racconta non sono solo quelle di Guille e Belinda, ma sono il racconto universale del transitare dall’infanzia all’età adulta. Sono testimonianza della lotta per mantenere integra la propria individualità in un mondo che tende a uniformare, a omologare.

Questo libro, raro e prezioso come la verità che racconta, è un inno alla tenacia femminile, alla bellezza dell’infanzia e alla crudeltà dolce e amara dell’adolescenza. È un viaggio tra le righe del tempo, un ritratto della condizione umana impresso sullo sfondo di una Argentina tanto remota quanto vicina, tanto esotica quanto familiare.

Il messaggio finale di Sanguinetti, implicito ma potente, è un invito a guardare, a sentire e a comprendere, perchè la vita, in tutte le sue manifestazioni, merita di essere vista. E le storie di Guille e Belinda, nate sotto il cielo argentino, meritano di essere raccontate, perchè il loro racconto è un canto universale di crescita, scoperta e resistenza.

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…sono vivo, e non ho paura

Un bianco di neve che si stende, immacolato come una tela in attesa di un tocco d’artista, ed eccolo lì, un cane nero. Lo sguardo fermo sul nulla, un profilo netto sul candido. Un contrasto cosí deciso, da risuonare come un tamburo nella solitudine del paesaggio.

Koudelka coglie quest’istante, una frazione di eternità, imprigionando in un frame un intero romanzo. Non un romanzo di parole, ma di sensazioni, di odori, di suoni muti che parlano al cuore più che all’orecchio. Una fotografia che è poesia, che è musica, che è vita.

Il cane nero diventa un asteroide che si stacca dal cielo della notte e precipita sulla neve, un segno, un simbolo. È un’incarnazione della libertà, un essere indomabile che si muove con la sicurezza di chi conosce il proprio posto nel mondo, anche se è un granello di sabbia in un deserto. È l’ombra che sfida la luce, la piccola nota stonata che dà senso alla melodia.

E allora lo guardi, quel cane, e capisci. Capisci che ogni impronta sulla neve è una dichiarazione d’amore alla vita, una sfida lanciata al destino. Capisci che la solitudine non è vuoto, ma pienezza. Capisci che l’esistenza non è un peso, ma un volo.

Questa non è semplicemente la foto di un cane sulla neve. È un racconto di resistenza e di coraggio. È un canto di solitudine e di presenza. È un inno alla vita, alla sua forza indomita, alla sua bellezza crudele. È un grido che risuona nel silenzio, un grido che dice: “Eccomi, sono qui, sono vivo, e non ho paura.”

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L’onda del mare, con la sua voce perpetua, veniva a baciare la sabbia con un sospiro di schiuma e sale. Marina, la ragazza, portava negli occhi il colore del mare in tempesta, mentre la sua minigonna svolazzava come una bandiera di libertà.

Ma c’era un grido soffocato nel cuore del paese, un rumore sordo di pietre lanciate contro il vetro. Tutti parlavano di Marina, della sua gonna corta, e del destino che l’aveva raggiunta. Le frasi si diffondevano come il vento tra gli alberi, agitando le foglie con parole cariche di giudizio: “Doveva coprirsi di più”, “Si è cercata guai”.

In quella terra di sguardi severi, Marina era diventata una straniera. Non era solo la lotta con l’uomo che le aveva strappato la pace, ma con l’intera comunità, con il pregiudizio che la vestiva di colpa.

Un giorno, nel silenzio della casa della nonna, scoprì tra vecchi libri un racconto. Parole che parlavano di dignità e di rispetto, incise su carta ingiallita dal tempo: “Nessun vestito può essere un invito alla violenza. La dignità non ha una lunghezza di stoffa.”

In quei versi, Marina ritrovò la sua voce. Un fuoco s’accese in lei, un fuoco che poteva incendiare il mondo. Decise di lottare. Per sé, per tutte le donne che erano state costrette al silenzio, fatte sentire in colpa per le azioni di uomini che avevano dimenticato cosa significasse il rispetto.

Il cammino fu scosso da ostacoli, porte chiuse e sguardi di ghiaccio. Ma Marina non cedette. La sua determinazione divenne una melodia potente, un canto di resistenza che echeggiava nelle strade del paese. E mentre il tempo passava, alcuni occhi iniziarono a vedere oltre la minigonna, riconoscendo la forza di una donna che non si lasciava silenziare.

Piano piano, le voci delle donne del paese si unirono al canto di Marina. La minigonna non era più una condanna, ma il simbolo di una rivoluzione silenziosa che stava cambiando le cose.

Seduta sulla sabbia, guardava il mare e il sole che moriva all’orizzonte. Ma nel cuore non c’era tristezza, solo la consapevolezza di un nuovo giorno che sarebbe nato. Un giorno in cui ogni Marina, ogni donna, avrebbe potuto vivere senza doversi difendere o giustificare. Un giorno in cui sarebbe bastato essere donna, libera di vivere, di sognare e di amare. Solo il mare, solo il vento, e la promessa silenziosa di un nuovo giorno.

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Nato a Tokyo nel 1940, Nobuyoshi Araki emerge come una figura di sfaccettata audacia, un faro nel mare tumultuoso della fotografia contemporanea giapponese. Come un vulcano in perenne eruzione, Araki ha prodotto oltre 500 libri fotografici, ognuno un frammento unico del mosaico della sua vita.

Da bambino, la passione per la fotografia si annida nel suo cuore, un seme piantato dalla macchina fotografica regalatagli dalla sua famiglia. Da quel momento, la sua lente inizia a danzare sulla tela di Tokyo, catturando la vita di strada e documentando la metamorfosi urbana e culturale del Giappone post-bellico.

Non si è mai lasciato imprigionare da un solo stile o tecnica fotografica. Come un pittore che sperimenta con pennelli e colori diversi, Araki ha danzato con la fotografia in bianco e nero e a colori, il formato medio e il Polaroid. Un incessante flusso creativo che ha modellato il suo stile inconfondibilmente eclettico.

E poi c’è “Sentimental Journey”, un faro nel mare tumultuoso della sua opera. Questa serie, che documenta la luna di miele con la moglie Yoko e la sua successiva malattia e morte, è un ritratto intimo e toccante dell’amore e della perdita. Le immagini si susseguono come i versi di una poesia, ciascuna raccontando un momento di dolcezza, di tenerezza, di struggimento. Le sue opere si inabissano nell’intimità più profonda, lì dove il personale si fonde con l’universale. Come un poeta che trae ispirazione dalla sua vita per scrivere versi che risuonano nell’anima dell’umanità, Araki ha esplorato temi come la sessualità, la morte e l’amore. Il suo lavoro è un diario personale aperto al mondo, e una lente attraverso la quale osservare la società.

Il quotidiano diventa la tela per le sue opere d’arte. I suoi scatti catturano l’effimero, il transitorio, il fragilmente bello. Fiori in decomposizione, cieli tempestosi, gatti randagi, scene di vita quotidiana… tutti acquisiscono un’aura di trascendenza attraverso la sua lente, rivelando una sensualità e una vulnerabilità che sono divenute la firma del suo stile.

Araki non ha mai avuto paura di esplorare l’oscurità, di affrontare il tabù. Ha esplorato il bondage e i suoi intrecci di potere e sottomissione. Anche se tali temi possono essere scioccanti o disturbanti, essi risuonano come un inno alla libertà artistica e una celebrazione della complessità dell’esperienza umana.

Ogni fotografia di Araki è un racconto in sé, un momento congelato nel tempo che cattura l’essenza della vita e la bellezza del fugace. Nel suo lavoro, la morte non è vista come una fine, ma come parte integrante della vita, un momento di transizione tanto affascinante quanto la nascita o l’amore.

Le sue opere sono un invito al vedere, al guardare oltre l’apparenza. Sottolineano la bellezza del quotidiano, celebrano l’umanità nella sua nuda autenticità, rivelano l’arte nella vita stessa. Offrono non solo immagini, ma frammenti di vita, di dolore, di gioia, di amore. Una celebrazione della vita in tutte le sue sfumature, un invito a vivere intensamente, ad accarezzare ogni attimo con la consapevolezza che, sebbene destinati a svanire, questi momenti rimarranno eterni nella memoria di chi li ha vissuti.

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